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Chi era Mario Paciolla, a cosa stava lavorando in Colombia, le indagini sulla sua morte

29 Luglio 2020 19 min lettura

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Chi era Mario Paciolla, a cosa stava lavorando in Colombia, le indagini sulla sua morte

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di Lorena Cotza

Mario Paciolla, la seconda autopsia fa escludere l'ipotesi del suicidio: è stato torturato e assassinato

Aggiornamento 19 luglio 2022: Mario Paciolla ha subito ferite quando era agonizzante, se non già morto. È quanto emerge dall'autopsia disposta in Italia per capire le cause della morte del 33enne cooperante italiano che operava per le Nazioni Unite nella missione di pace in Colombia. Questi nuovi dettagli fanno escludere l’ipotesi del suicidio, da subito avvalorata dall'ONU.

Dopo la prima autopsia affidata dall'ONU al medico della sua missione, la morte di Mario Paciolla era stata infatti derubricata come suicidio. Da quanto filtra, invece, dall'indagine ancora in corso della procura di Roma, e da quanto sta raccogliendo la giornalista colombiana (e amica del cooperante), Claudia Julieta Duque, prende forza l'ipotesi della tortura e dell'assassinio.

«Alcune prove che non trovano alcuna spiegazione alternativa nel contesto dell'ipotesi del suicidio supportano prevalentemente l'ipotesi di strangolamento con successiva sospensione del corpo», scrive Francesca De Benedetti su Domani, riportando l’esito dell’esame svolto dal medico legale Vittorio Fineschi e dalla tossicologa forense Donata Favretto.

Scrive ancora Duque: «Sebbene le coltellate sul cadavere potessero a prima vista essere classificate come autoinflitte, uno studio più dettagliato delle lesioni ha permesso ai medici legali di determinare che mentre le ferite del polso destro presentavano "chiari segni di reazione vitale", nella mano sinistra mostravano "caratteristiche sfumate di vitalità", o "vitalità diffusa",a suggerire che alcune delle ferite potessero essere inflitte "in limine vitae o anche post-mortem", cioè quando Paciolla era in uno stato agonizzante o era già morto».

Mario Paciolla indagava su un bombardamento da parte delle forze militari in Colombia in cui erano morti diversi bambini. Nuove rivelazioni della giornalista Claudia Julieta Duque sulla morte del cooperante italiano

Aggiornamento 3 settembre 2020: Secondo quanto riportato da un nuovo articolo (qui in italiano) della giornalista investigativa Claudia Julieta Duque pubblicato su El Espectador, Mario Paciolla, l’operatore ONU ritrovato morto nella sua casa di San Vicente del Caguán lo scorso 15 luglio, aveva “documentato, insieme ai colleghi della Missione”, i dettagli dell’operazione militare del 29 agosto 2019 nel villaggio Aguas Claras del Comune di San Vicente del Caguán, contro l'accampamento di Rogelio Bolívar Córdova (noto como El Cucho, leader di una delle fazioni di dissidenti delle Farc che hanno rifiutato il processo di disarmo e smobilitazione previsto dagli Accordi di Pace) in cui morirono almeno sette minorenni fra i 12 e i 17 anni.

La giornalista scrive che in seguito “Paciolla si sentì in pericolo, tradito e arrabbiato con i suoi superiori e informò la sua cerchia ristretta di amici di aver chiesto il trasferimento in un'altra sede della Missione dopo aver appreso che, per decisione di Raúl Rosende, direttore dell'area di Verifica [degli Accordi di pace] dell'agenzia, estratti dei suoi rapporti erano finiti nella mani del senatore colombiano Roy Barreras”. Fu proprio Barreras a novembre ad appoggiare una seconda mozione di sfiducia nei confronti dell’allora ministro della Difesa colombiano, Guillermo Botero, un imprenditore e politico vicino all’ex-presidente Alvaro Uribe e alla fazione politica che si è fortemente opposta alla firma e all’implementazione degli Accordi di pace. Il 5 novembre, in parlamento Barreras denunciò pubblicamente il fatto che Botero avesse tenuto nascosta all’opinione pubblica la morte dei minorenni.

In base alla ricostruzione de El Espectador la fuga di questi documenti riservati aveva messo in allerta l’operatore italiano e creato anche tensioni all’interno della Missione per paura di ritorsioni da parte delle Forze militari. “Nel novembre 2019, durante una vacanza a Napoli – scrive Claudia Julieta Duque –, Paciolla ha chiesto di cancellare le sue poesie da vari siti web culturali in Francia e in Italia, ha cancellato fotografie personali e di famiglia dai suoi social network, ha reso privato il suo account Facebook, cambiato password e, sebbene abbia lasciato aperti i suoi account Twitter, ha cancellato i suoi tweet. Allo stesso tempo, ha chiesto a un amico di eseguire il backup delle informazioni sul suo personal computer e a suo padre, Giuseppe Paciolla, di separare la connessione internet fino a quel momento condivisa tra il suo appartamento e la casa di famiglia”. “Tra il 19 e il 21 novembre, sempre in Colombia, – si legge ancora – Mario Paciolla ha detto a diverse persone vicine che lui e alcuni suoi colleghi della Missione di verifica delle Nazioni Unite assegnata all'ufficio di San Vicente del Caguán (Caquetá) avevano subito attacchi cibernetici dopo lo scandalo che due settimane prima aveva provocato la caduta di Botero”.

La giornalista spiega che l’ex ministro della Difesa colombiano aveva fatto pressione affinché il mandato della Missione dell’ONU, “che si rinnova ogni settembre, non venisse confermato per il 2019, e questo aveva causato fastidio”. (...) La decisione di filtrare le informazioni sull’operazione militare, di natura sensibile e riservata, era stata presa nelle ultime settimane di ottobre da funzionari che, coordinati da Rosende, avevano selezionato la documentazione che sarebbe stata consegnata in vista del dibattito sulla mozione di sfiducia mossa dal senatore Barreras contro Botero in seguito all'assassinio del ex guerrigliero Dimar Torres nel Catatumbo e ad altre denunce di violazione dei diritti umani da parte delle Forze Armate dopo la firma dell'Accordo di Pace con le FARC, nel novembre del 2016, continua l’articolo su El Espectador.

Roy Barreras ha comunque negato di aver ricevuto quelle informazioni da parte della Missione dell’Onu e dichiarato che le sue fonti erano ufficiali dell'esercito insoddisfatti delle azioni militari e degli abusi dei diritti umani. Da parte sua, la missione dell’ONU non ha risposto alle domande della giornalista per chiarire il caso. Tuttavia sette fonti interne alla missione delle Nazioni Unite – che hanno accettato di parlare con Claudia Julieta Duque in condizione di anonimato per la loro sicurezza – hanno fornito dettagli “sulle discussioni e lo scambio di mail crittografate nei giorni che hanno preceduto il dibattito del 5 novembre, sull'esultanza per la rinuncia di Botero, sui conflitti interni causati dalla fuga di informazioni e sul ruolo di Mario Paciolla nelle verifica dei bombardamenti e sull'attacco hacker subito da vari funzionari della Missione”.

La giornalista riporta anche un messaggio in italiano che Paciolla l’11 luglio avrebbe scritto a un amico: "Voglio dimenticare per sempre la Colombia. La Colombia non è sicura per me. Non voglio mettere più piede in questo paese, né nell'ONU. Non fa per me. Ho chiesto il trasferimento da un po' e non me l'hanno dato. Voglio una nuova vita, lontano da tutto". Intanto, si legge ancora su El Espectador, le indagini interne alla Missione dell’ONU e quelle delle autorità colombiane sul caso di Mario Paciolla non sembrano fare progressi.

Nel frattempo, sono emersi ulteriori elementi che gettano ombre sulla gestione dell’indagine da parte della Missione ONU. Come scrive Duque, il mouse del computer di Paciolla è stato trovato nell’ufficio dell’ONU a Bogotà, “preso da funzionari del dipartimento di Protezione e Sicurezza delle Nazioni Unite insieme ad altri effetti personali il 16 luglio, un giorno dopo la sua morte”. Secondo quanto scrive La Repubblica, a coordinare queste operazioni è stato Christian Leonardo Thompson Garzón, ex-militare e capo della sicurezza della Missione nel Caguán. Sempre su ordine di Thompson, la casa di Mario sarebbe stata ripulita con candeggina prima che le indagini della polizia colombiana fossero concluse, e proprio per questo quattro poliziotti sono ora sotto indagine per non aver adeguatamente protetto e sorvegliato la scena del crimine.

 

La polizia colombiana sotto inchiesta per la morte di Mario Paciolla

Aggiornamento 4 agosto 2020: Sabato scorso, il Procuratore Generale della Colombia ha dato l'ordine di indagare gli agenti della polizia di San Vicente del Caguán che hanno permesso ai membri della missione dell'ONU di entrare nell'appartamento di Paciolla, il giorno dopo la sua morte, per raccogliere i suoi effetti personali e pulire il luogo del ritrovamento del cadavere, rendendo così impossibile ricostruire le circostanze della morte del volontario italiano.

Essendo venuti meno al proprio dovere di proteggere l'appartamento e di impedire l'alterazione della scena della morte, la polizia colombiana avrebbe commesso un delitto di ostruzione alla giustizia, secondo il publico ministero.

 

Dal lavoro della giornalista investigativa Claudia Julieta Duque emergono nuovi dettagli sulla morte di Mario Paciolla

Aggiornamento 31 luglio 2020: In un articolo pubblicato il 30 luglio sull’Espectador, la giornalista investigativa Claudia Julieta Duque riporta nuovi dettagli sul caso di Mario Paciolla, operatore ONU ritrovato morto nella sua casa di San Vicente del Caguán lo scorso 15 luglio.

Nonostante siano ormai passate due settimane dalla prima autopsia, eseguita dalla polizia colombiana, i risultati non sono ancora noti e le autorità continuano a mantenere il massimo riserbo. Secondo quanto scrive Duque, gli effetti personali di Mario Paciolla sono stati raccolti il 16 luglio, il giorno dopo il ritrovamento del corpo, da un team dell’Unità di Investigazioni Speciali (SIU) del Dipartimento di Protezione e Sicurezza dell’Onu senza la presenza del Procuratore Generale della Colombia o di funzionari della polizia giudiziaria colombiana. I membri della missione Onu hanno ripulito il luogo dove viveva Paciolla, preso i suoi effetti personali e reso le chiavi di casa al proprietario, che avrebbe subito rimesso in affitto l'abitazione dicendo di voler “voltare pagina”. In questo modo, commenta Duque, "a soli due giorni dalla sua morte, si è persa ogni possibilità fisica di ricostruire le circostanze in cui è morto Paciolla, o di raccogliere con la catena di custodia adeguata [ndr, senza che siano state verbalizzate sia le attività del sopralluogo che quelle di sequestro degli oggetti trovati] quelle prove materiali non prese in considerazione durante la rimozione del cadavere".

La Missione Onu ha poi fatto evacuare tutto il suo personale di San Vicente verso Florencia, il capoluogo del dipartimento di Caquetá. Ha inoltre informato il personale di tutto il paese che avrebbe concesso permessi medici per i volontari e inviato una nota per ricordare l’obbligo per tutti di non rilasciare alcuna intervista e non avere contatti con i media.

Scrive poi Duque: “Lo stesso 17 luglio, la missione ha mandato a Florencia Jaime Hernán Pedraza Liévano, capo dell’Unità Medica, che pur non essendo medico legale fu la persona presente durante l’autopsia di Paciolla eseguita dall’Istituto di Medicina Legale nella capitale del Caquetá. L’autorizzazione della presenza di Pedraza fu firmata dalla famiglia dell’osservatore [ndr, Mario Paciolla], alla quale erroneamente fu detto che si trattava di un medico forense assegnato dall’ambasciata italiana in Colombia”.

Il 24 luglio, prosegue la giornalista, "assieme al corpo di Paciolla, l’ONU ha inviato a Roma un inventario senza nessuna firma delle cose raccolte nella residenza di Paciolla a San Vicente del Caguán e ha comunicato alla sua famiglia che queste cose si trovavano bloccate in Colombia per ordine del Pubblico Ministero, che il 30 luglio ha ottenuto che venisse tolta l’immunità sugli elementi digitali di proprietà della Missione assegnati a Mario". Secondo l'avvocato della famiglia Paciolla, Germán Romero, questo modo di procedere "implica la violazione da parte delle Nazioni Unite dei diritti alla privacy dell'operatore e il diritto di accesso alla giustizia per la famiglia".

Un ulteriore, preoccupante dettaglio emerge alla fine dell’articolo di Duque: “Anche se finora si sa poco delle ore e dei giorni prima della sua morte, ho potuto confermare che il 14 luglio alle 10 della notte, ovvero poche ore prima di morire, Mario Paciolla si era collegato telefonicamente con il referente di Sicurezza della Missione di verifica a San Vicente del Caguán, Christian Thompson. D’accordo con vari funzionari del sistema delle Nazioni Unite, una chiamata di questo tipo è già in sé un segnale allarmante, perché prevede l’attivazione di protocolli di allarme che sono insoliti in situazioni normali”.

 

“Continuiamo a lottare, affinché quello che è stato e quello per cui ha lottato Mario non si perda”.

“Insieme a lui continueremo a impegnarci affinché i suoi sogni di giustizia e libertà possano essere, un giorno non molto lontano, la coperta che ci scalda, lo specchio in cui ci guardiamo.”

"Ci hanno privato di un amico meraviglioso, ma non potranno privarci dei nostri ricordi. Hasta siempre, Mario. Ci verimm’ a Napule."

Da ogni angolo della Colombia e dell'Italia arrivano messaggi, appelli, poesie, disegni per ricordare Mario Paciolla, l’operatore delle Nazioni Unite trovato morto lo scorso 15 luglio nella sua casa di San Vicente del Caguán, alle porte dell’Amazzonia colombiana. A gran voce si chiede verità e giustizia, perché diversi elementi portano a scartare l’ipotesi di suicidio avanzata dalla polizia colombiana.

Mario Paciolla, 33enne di Napoli, viveva in Colombia dal 2016. Dopo due anni come volontario per l’organizzazione non-governativa Peace Brigades International (PBI), dall’agosto 2018 collaborava con la Missione delle Nazioni Unite sulla verifica degli accordi di pace tra il governo e le Farc (Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia). Una missione delicata, in una regione martoriata da oltre 50 anni di guerra civile e dove la pace continua a essere una promessa lontana.

Il 20 luglio, Mario sarebbe dovuto tornare a Napoli. Come scrive sulla rivista colombiana El Espectador la sua amica giornalista e attivista Claudia Julieta Duque, era pronto a “bagnarsi nelle acque del Tirreno, per ripulirsi da tutto lo sporco che aveva macchiato le sue ultime settimane”. Ma a tornare -  con un volo atterrato a Roma il 24 luglio - è stato invece il suo corpo senza vita, accolto dal dolore e dalla rabbia della famiglia e degli amici.

Le indagini

In attesa del risultato delle due autopsie, quella condotta dalla polizia colombiana e quella della polizia giudiziaria italiana, le autorità e gli avvocati che seguono il caso stanno mantenendo il massimo riserbo.

Il corpo di Mario Paciolla è stato ritrovato senza vita la mattina del 15 luglio (19.40 ora italiana) da una sua amica e collega, che non vedendolo arrivare in ufficio, si era preoccupata ed era andata a cercarlo a casa. L’ultima connessione su Whatsapp risale alla sera prima, alle 22.45 ora locale, e il certificato di morte indica che il decesso è avvenuto intorno alle 2, ma ciò che è successo quella notte è ancora da chiarire.

La polizia locale ha inizialmente riferito che Mario era stato ritrovato impiccato e con ferite di arma da taglio in varie parti del corpo, ipotizzando un suicidio. L’indagine è ora coordinata dalla vice-procuratrice generale Martha Mancera che – secondo quanto riporta l’Ansa - ha affermato di stare “esplorando tutte le ipotesi” e di aver dato massima priorità a questo caso. Parallelamente, anche le Nazioni Unite hanno avviato una propria indagine interna, lavorando da vicino con la procura colombiana e con l’ambasciata italiana a Bogotà.

L’ipotesi del suicidio è stata immediatamente scartata da chi conosceva Mario e il difficile contesto in cui lavorava. In un’intervista a Repubblica, la madre ha detto: “Vogliamo la verità. Nostro figlio era impaurito, molto. Non mi rassegno alla scena del suicidio di mio figlio in Colombia. Lo Stato italiano deve ascoltarci, deve aiutarci a scoprire la verità. (...) Non è possibile che il nostro Mario, un brillantissimo viaggiatore del mondo e osservatore dell'Onu, si sia tolto la vita".

A rifiutare in maniera categorica questa ipotesi è anche la giornalista investigativa Claudia Julieta Duque, che aveva avuto modo di stringere amicizia con Mario quando il giovane faceva il volontario per l’ONG PBI, organizzazione che accompagna difensori e difensore dei diritti umani a rischio in zone di conflitto. Duque, una delle attiviste accompagnate da PBI, è da anni sotto costante minaccia, presa di mira dai servizi segreti colombiani da quando aveva iniziato a investigare sull’omicidio di un giornalista nel 2001.

“L’ipotesi del suicidio è inverosimile per chi conosce la tua vitalità, il tuo sorriso, e le tue critiche verso la Missione Onu”, scrive Duque rivolgendosi all’amico. “Il tuo amore verso la vita si contraddice con l’idea che possa aver scelto di suicidarti in un luogo così lontano dai tuoi amici, dalla tua famiglia, dagli affetti e da Napoli, la terra della tua anima”.

Secondo quanto riportano Duque e altri media, nelle ultime settimane Mario avrebbe confidato alla madre e agli amici di essere seriamente preoccupato. Il 10 luglio aveva avuto un’accesa discussione con i suoi capi, si sentiva “disgustato” e aveva detto di non sentirsi al sicuro, tanto da aver rafforzato le misure di sicurezza nella propria abitazione. Il contratto di Mario sarebbe scaduto il 20 agosto, ma aveva deciso di anticipare il viaggio. Proprio il 15 luglio, giorno in cui è stato trovato morto, sarebbe dovuto andare a Bogotà per iniziare le pratiche per il viaggio di ritorno.

Mario Paciolla, sognatore

Sognatore, militante, attivista, poeta, artista, giornalista. Così viene descritto Mario Paciolla da chi l'ha conosciuto. Sotto anonimato per ragioni di sicurezza, una sua amica dalla Colombia lo ricorda così a Valigia Blu:

"È la determinazione e la lealtà che hai dimostrato nel difendere ciò che ti sembrava giusto che mi viene in mente quando ripenso a te. Ti vedo ancora impegnato in una di quelle discussioni appassionate che ti sono sempre piaciute tanto e che costringevano chi ti stava vicino a interrogarsi e a ripensare alle proprie certezze. Parlavi sempre di tutto con profondità e sincerità; leggevi, ascoltavi, osservavi e riflettevi, perché più di ogni altra cosa cercavi di capire. Hai voluto capire fino in fondo la violenza, capire questo conflitto che infuria da tanti anni, per sostenere nel modo più appropriato gli sforzi di pace in cui credevi. E lo stavi facendo in modo brillante. Il tuo impegno e il tuo idealismo sono stati la tua più grande forza, perché ti hanno impedito di arrenderti anche quando gli altri non ci credevano più. Sei stato instancabilmente con chi cercava la verità, con chi lottava per la giustizia, con chi consegnava le armi e si impegnava a invertire il corso della violenza. E tutto questo con un'umiltà di cui pochi sarebbero capaci. Mario, tu che irradiavi tanta vitalità, non ti saresti mai suicidato, non avresti mai rinunciato a tutto ciò in cui credevi. Puoi essere certo che continueremo a lottare per questo paese che avevi tanto amato, spinti dal ricordo ardente della bellezza e della poesia che segnava ogni tua battaglia".

Come scrivono gli amici e le amiche nella pagina Facebook “Giustizia per Mario Paciolla”, Mario era un “cittadino del Mondo e con un cuore enorme. Sempre disponibile per gli altri ed impegnato nella quotidiana missione di aiutare chi ha avuto meno fortuna nella vita”. 

Laureato in Scienze politiche all’Orientale di Napoli, Mario Paciolla lavorava da anni all’estero e aveva vissuto in India, Giordania e Argentina prima di trasferirsi in Colombia. Dal 2018, all’interno della Missione Onu, Mario si occupava di un programma di reinserimento sociale per ex-guerriglieri, partecipava spesso a incontri con le autorità locali, e con il suo lavoro di monitoraggio sul campo contribuiva alla stesura dei report della Missione. Tra i vari progetti seguiti, quello di “Remare per la pace”, con cui aveva portato un gruppo di ex-guerriglieri a una gara mondiale di rafting in Australia. 

Gli Accordi di pace tra il governo colombiano e le Farc

Gli Accordi di pace tra il governo colombiano e le Farc sono stati ratificati nel novembre 2016, sotto il governo di Juan Manuel Santos, dopo lunghe e difficili trattative. La firma ha posto ufficialmente fine a una brutale guerra civile durata 52 anni e che ha causato più di 260mila vittime, oltre a 80mila desaparecidos i cui cadaveri non sono mai stati rinvenuti e milioni di sfollati interni che hanno perso la propria casa a causa del conflitto.

Ma si tratta di una pace fragile, che esiste solo sulla carta e che tarda a diventare realtà. Le autorità colombiane infatti - per incapacità, mancanza di volontà politica, o spesso per complicità - non riescono a controllare e pacificare il paese, dove il vero potere sta nelle mani di una complessa rete di paramilitari, narcotrafficanti, organizzazioni criminali, gruppi armati legali e illegali, guerriglieri, imprenditori e politici collusi. Sono questi gruppi, con alleanze spesso mutevoli, a controllare la produzione e il traffico di cocaina, schizzato alle stelle in seguito alla firma degli Accordi, il traffico di armi, e lo sfruttamento delle risorse naturali come minerali preziosi, legname e petrolio.

A farne le spese sono la popolazione civile e soprattutto quelle persone considerate “scomode”: sindacalisti, leader indigeni, campesinos, attivisti e attiviste per i diritti umani. Secondo l’ultimo report pubblicato dall'Istituto di Studi per lo Sviluppo e la Pace (Indepaz), dalla firma degli Accordi di pace al luglio 2020 sono stati assassinati 971 difensori e difensore dei diritti umani. Di questi, 95 sono stati uccisi dall’inizio della pandemia. Come denunciano le ONG che si occupano di diritti umani, gli attivisti - obbligati a restare soli e confinati nelle proprie case - sono infatti divenuti un bersaglio ancora più facile. 

Nell’ultimo rapporto sulla Colombia dell’ex-Relatore Speciale dell’ONU, Michel Forst, pubblicato nel 2019, si legge che "la maggioranza dei difensori e delle difensore dei diritti umani è in pericolo". Tra le cause strutturali di questi attacchi, si citano la mancanza di volontà politica e di finanziamenti per l'attuazione dell'accordo di pace, l'aumento della violenza perpetrata da gruppi armati legali e illegali, e l’altissimo livello di impunità. 

Come spiega un report a cura di alcune ONG italiane che fanno parte della rete “In Difesa Di, per i diritti umani e chi li difende”, la situazione è ulteriormente peggiorata sotto la presidenza di Iván Duque, eletto nel 2018. Mancano i fondi per l’implementazione degli Accordi, ma soprattutto manca la volontà politica: non è un caso che Duque abbia nominato come direttore del Centro nazionale per la memoria storica Darío Acevedo, uno storico negazionista del conflitto armato interno colombiano, e che abbia fatto entrare nella squadra di governo diversi generali coinvolti in gravi violazioni dei diritti umani.

Come si legge nel report, nei territori lasciati liberi dalle Farc sono avanzati rapidamente gruppi di paramilitari e di narcotrafficanti. I paramilitari di estrema destra, che secondo i dati del Centro Nazionale per la Memoria Storica sono stati i responsabili della maggior parte dei crimini perpetrati durante la guerra civile, non sono mai stati smobilitati.

“Appare sempre più evidente la mancanza di volontà politica per portare pace nel paese”, dice a Valigia Blu Monica Puto, referente per la Colombia di Operazione Colomba. “L’Accordo di pace, uno tra i più belli scritti sulla carta nella storia dell’umanità - è stato ridotto in briciole, a cominciare dai punti fondamentali come la riforma agraria o lo smantellamento dei gruppi paramilitari. Il governo continua a negarne l’esistenza. Ma in qualunque modo li vogliamo chiamare - neoparamilitari o Bacrim [ndr, acronimo per bande criminali emergenti] - quello che è certo è che ogni angolo della Colombia è stato occupato da questi gruppi non appena si sono ritirate le Farc e sono quotidiani gli scontri armati, gli omicidi, le vittime tra i civili, le violenze”.

Inoltre si sono arenati i negoziati con l’altro gruppo armato ribelle, l’Esercito di Liberazione Nazionale (ELN) e anche la smobilitazione delle Farc procede con difficoltà. La maggior parte dei guerriglieri ha accettato di lasciare le armi, permettendo la trasformazione delle Farc in un partito politico, con lo stesso nome ma il cui acronimo sta oggi per Forza Alternativa Rivoluzionaria del Comune. Tuttavia alcuni gruppi di dissidenti, attivi in particolar modo nel dipartimento di Caquetá dove viveva Mario Paciolla, non hanno mai accettato gli Accordi.

La lotta contro i guerriglieri inoltre è spesso divenuta pretesto per ulteriori violazioni dei diritti umani. Nell’agosto 2019, nelle campagne intorno a San Vicente del Caguán il governo autorizzò un’operazione militare contro l’accampamento di un fronte dissidente delle Farc. Nell’attacco,  definito “operazione impeccabile” dal presidente Iván Duque, morirono 18 minori. Secondo il sito Colombia Reports, dal 2016 sono stati uccisi 219 ex-combattenti che avevano deposto le armi. 

La giornalista Duque scrive che Mario Paciolla, che aveva seguito da vicino la vicenda, aveva espresso la sua indignazione, “per un’organizzazione che nel suo report del 2019 aveva dedicato solo un paragrafo di sei righe a un bombardamento militare in cui erano morti 18 bambini e bambine reclutati dai dissidenti delle Farc”.

E aggiunge Duque, rivolgendosi a Mario: “So che ti disturbava il tono delicato dei report dell’ONU, la complessa relazione di alcuni funzionari con le forze dell’ordine, i civili contrattati dalle forze militari, l’atteggiamento passivo della Missione di fronte ai bombardamenti contro i civili nel sud del Meta e l’aumento degli omicidi mirati contro gli ex-guerriglieri delle Farc”.

In questo difficile contesto, ciò che faceva Mario - prima come volontario di PBI e poi all’interno della Missione - era un lavoro delicato, complesso ma estremamente prezioso per le comunità locali.

"L’accompagnamento internazionale è fondamentale per garantire sicurezza a tutte quelle comunità e persone che, per il loro lavoro di tutela dei diritti umani, corrono altissimi rischi. Con l’accompagnamento internazionale cerchiamo di disincentivare le violenze e mettere queste persone in grado di svolgere il loro lavoro. E per chi ‘accompagna’, è un vero e proprio onore mettersi affianco di chi arriva a mettere a repentaglio la propria vita per i propri ideali, per i propri valori, per la costruzione della pace", dice Puto a Valigia Blu.

Verità e giustizia per Mario

Dal momento in cui in Italia è arrivata la notizia della morte di Mario, gli amici e la società civile hanno lanciato diverse iniziative per far luce sulla vicenda e tenere alta l’attenzione. La petizione su Change, lanciata dagli amici e dalle amiche di Mario, ha già raccolto quasi 60mila firme. Oltre 500 adesioni anche all’appello di Europaz, una rete di accademici e ricercatori nata a sostegno degli Accordi di Pace, in cui si chiede un’indagine indipendente, verità e giustizia per Mario. 

Da Napoli è subito partita una forte mobilitazione e giovedì 30 luglio si terrà un evento pubblico di commemorazione. Il sindaco Luigi de Magistris ha dichiarato che “Napoli è protagonista in questo momento per la ricerca della verità e per fare giustizia su questa morte assurda di un ragazzo impegnato fortemente per i suoi ideali”.

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Sono state inoltre presentate diverse interrogazioni parlamentari, tra cui quella di Sandro Ruotolo e di Erasmo Palazzotto. Il ministro degli Esteri Luigi di Maio, ha assicurato il massimo impegno della Farnesina “per un caso che ha coinvolto un giovane brillante impegnato in una missione delicata".

Numerosi anche i messaggi dalla Colombia, dove chiunque lo abbia conosciuto si sta impegnando a cercare giustizia. Scrive Duque a Valigia Blu: “Mario era un appassionato di musica salsa, di film classici, di poesia, di calcio, e amava le persone sensibili. Un uomo curioso, un investigatore inquieto, un sognatore che credeva la pace fosse possibile. È stato questo sogno che lo ha portato in Colombia, prima come accompagnatore di Peace Brigades International e poi con la Missione delle Nazioni Unite. È stato questo sogno che gli è costato la vita. Mario è la faccia di tutti quegli uomini e donne che fanno accompagnamento sul campo, e che mettono a repentaglio le proprie vite per salvare le nostre. Mario non è morto: Mario lo hanno ucciso. Questo crimine segna uno spartiacque, c’è un prima e c’è un dopo. E lascia in una terribile condizione di vulnerabilità tutti coloro che, come lui, vengono in Colombia come volontari o come osservatori internazionale. La mia promessa per Mario, e per tutti, è arrivare alla verità e ottenere giustizia”.

Immagine in anteprima via _Sanacore_

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